Chiara Catani
04/06/2014

Veit Heinichen fa attendere con un meticoloso quanto accurato stillicidio di date la pubblicazione del suo nuovo romanzo. Dal 2003 la fama di bestsellerista pluripremiato traccia la scia dell’autore per tutta Europa, facendo tradurre il suo talento in nove lingue e allargando la cerchia dei suoi lettori dalla Tour Eiffel fino ai fiordi norvegesi. Gli italiani hanno dovuto pazientare ben due anni dal suo precedente romanzo prima che la casa editrice “Edizioni e/o” stampasse “Il suo peggior nemico”.

Anche in questo giallo la coppia Heinichen-Laurenti non si smentisce: il punto di forza dell’autore è, infatti, proprio il Commissario Proteo Laurenti, leitmotiv di tutti i suoi romanzi. La scelta di un personaggio come questo è molto solida: dà all’autore un ampio margine di narrazione, in modo che questa non sia relegata ai canoni prettamente giallisti, ma che spazi alla venatura “noir” che spicca quando particolari momenti della vicenda si amalgamano all’esposizione e alla denuncia dell’ambiguità della società attuale e nel commento degli anni razzisti e tesi del post-guerra altoatesino.

Questa avventura fresca di stampa è (come le sette precedenti) ambientata a Trieste, città che gioca un ruolo determinante con la sua multiculturalità e la sua parte costiera, caratteri dei quali sia Laurenti che lo stesso Heinichen si innamorano, abbandonando le proprie radici l’uno salernitane, l’altro tedesche per trasferirsi nel capoluogo giuliano.

Accanto al commissario campano, due donne tutte d’un pezzo: Ziva Ravno, procuratrice in servizio a Grado e saltuaria amante di Laurenti, e Xenia Zannier, una commissaria estremamente attenta alla forma fisica, ma curiosamente claustrofobica, al punto di farsi a piedi le scale di un edificio a trenta piani pur di non prendere l’ascensore.

La storia è viva già nelle prime pagine, in cui è descritta l’esplosione di un aeroplano che stava sorvolando il Carso, che è costata la vita a Franz Xaver Spechtenhauser, imprenditore vinicolo (e non solo) di successo dedito agli affari e alla numerosa famiglia. Mentre buona parte del corpo poliziesco della zona e diverse personalità di rilievo erano impegnate nel compianto del defunto, una banda di criminali riesce a sabotare il percorso di un furgone portavalori che trasportava un’incredibile quantità di oro, e ne prende il controllo: la vicenda risuona oltrefrontiera e la caccia al ladro si espande in tutti i Paesi limitrofi.

Se la scelta di un personaggio principale come Laurenti si è rivelata un investimento fruttuoso, quella di una vittima come Spechtenhauser lo è doppiamente, poiché l’autore ha saputo descrivere a tutto tondo ogni aspetto di questo personaggio, rendendolo un perfetto capro espiatorio: carica infatti la sua figura di una schiera di soci, politici, criminali, avvocati e familiari, dei quali sottolinea gli intrighi e i doppi giochi, lanciando provocazioni e riflessioni in relazione allo stato politico-sociale odierno, soprattutto sul fronte italiano.

Un’arma a doppio taglio, quella del genere noir, di cui Heinichen è un maestro, riuscendo a calibrare e soppesare azione, critica e sarcasmo.

Anche per quanto riguarda il bilanciamento e la stesura dei capitoli, la narrazione non è mai banale o noiosa: una sorta di entrelacement ariostesco scorre lungo tutti quindici capitoli, durante i quali un narratore esterno presenta situazioni diverse in spazio, tempo e punto di vista a seconda dei personaggi, ed abbandona l’una o l’altra circostanza in momenti cruciali, alimentando la tensione del lettore.

Un romanzo che è il sunto fra talento e un deciso spirito d’osservazione nei confronti dell’attualità, ambedue disciolti in 329 pagine di intrighi internazionali e criminalità organizzata scrupolosamente esposti, e che sul finale sottolinea, con una citazione di Marco Tullio Cicerone in analogia al titolo, come “non ha peggior nemico l’uomo di se stesso”.

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Un romanzo che è il sunto fra talento e un deciso spirito d’osservazione nei confronti dell’attualità

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