Sandro Scandolara
18/06/2003

«I morti del Carso», un giallo che tocca molti nervi scoperti

«C’è gente che ha paura di vedere le cose come sono, del resto è sempre scomodo scoprire che esistono altri punti di vista diversi dal proprio», confessa un po’ imbarazzato lo scrittore bavarese Veit Heinichen quando gli chiedono se con il suo primo noir tradotto in Italia, «I morti del Carso» (Edizioni e/o, Roma 2003, pagg. 354, euro 15), si sia già collezionato un bel po’ di nemici fra tutti coloro che hanno ancora il nervo scoperto sulle foibe, sui conflitti etnici, sulle trasformazioni nella ex Jugoslavia, sui floridi traffici clandestini che attraversano una linea di confine destinata fra poco a sparire. Ne ha parlato, Veit Heinichen, in modi sommessi e sintetici, nell’amichevole incontro di ieri sera organizzato dall’Icm alla Biblioteca statale isontina, dopoché Pierluigi Sabatti, giornalista de Il Piccolo, e Elisabetta D’Erme, traduttrice e critico letterario e fresca goriziana d’adozione, hanno introdotto l’autore e la sua opera. Heinichen, quarantacinquenne, una laurea in economia alle spalle, nel 1999 abbandona una florida carriera di manager per dedicarsi unicamente alla scrittura. Acquista una casa sulla costiera triestina, «95 scalini di accesso», e in tre anni produce una trilogia di noir di grande successo in tutti i paesi di lingua tedesca. Tutti e tre i romanzi sono ambientati a Trieste e la stessa città ne diventa a un tempo protagonista e fa da godibile sfondo scenografico. Il noir diventa un «pretesto per scandagliare un’ampia area geopolitica con usi e costumi del tutto particolari, se ne descrivono i vezzi, i miti, le inaspettate miserie ma anche le enormi potenzialità», ha notato Elisabetta D’Erme. Ma «protagonista non è il mito di Trieste bensì la città contemporanea», tiene a precisare Heinichen. Una città situata su un discrimine storico, «con vecchi e nuovi fascismi, con gli estremisti che alzano la voce». Al di là dei luoghi comuni Trieste non è e non è mai stata un melting-pot, perché «melting-pot è quando non si parla più delle origini diverse e tutti accettano un comune destino». Dei tre romanzi di Heinichen il primo parla di prostitute e malavita, il secondo, proprio «I morti del Carso» appena uscito in Italia, racconta del contrabbando d’armi e di stupefacenti mentre l’ultimo, in questi giorni in uscita in Germania, affronta l’argomento del traffico di organi umani. Sono tutti temi di cronaca che, inseriti nel particolare contesto territoriale triestino, si confondono con la storia del Novecento e con gli scenari del futuro. Temi affrontati «senza far sconti a nessuno, con temerarietà», sottolinea Sabatti. Per affrontare una materia così intrigante Heinichen si affida ad un personaggio abbastanza strano, un commissario di polizia di orgini meridionali che di Trieste e del suo territorio sa poco, o fa finta di saper poco, come l’autore. Il commissario Proteo Laurenti, Proteo cioè cieco come l’animaletto delle cavità carsiche, deve affidarsi non a ciò che vede ma a ciò che sente, non può risolvere i delitti ma può solo comprendere ciò che vi sta attorno. Un personaggio del romanzo dice a un certo punto che «la gente di confine a volte è strana; più il confine è vicino più traccia confini». E i confini, è ovvio, non solo solo fisici, etnici, ideologici: sono quelli della mente che caratterizzano la storia delle nostre terre. Un visitor sedotto come Heinichen cerca di spiegarlo con il noir. Sandro Scandolara

 

Il Piccolo

E i confini, è ovvio, non solo solo fisici, etnici, ideologici: sono quelli della mente che caratterizzano la storia delle nostre terre

Leave a Reply