Proteus



Il nome di Proteo Laurenti, il commissario protagonista dei romanzi di Veit Heinichen, ha origini lontane, ma anche vicine, miti e leggende che costellano e intrecciano l’immaginario da Sud, o meglio Salerno il suo luogo di nascita , a Nord, con i racconti della vicina Slovenia.

Ma sul Carso, nelle oscure viscere della terra, nelle grotte in profondità da cui è caratterizzato tutto il territorio calcareo della zona alle spalle di Trieste vive il Proteo, animaletto anfibio.

Nei diversi romanzi troverete indizi che ricostruiscono la storia di questo animaletto cieco che vive solo nelle grotte del Carso.


“Papà se non sbaglio tu ti chiami Proteo Laurenri, vero? ..Quasi come quel piccolo animaletto bianco… quel Proteus Anguinus Laurenti…Ho sentito una storia supergalattica che in Slovenia raccontano ai bambini nelle lunghe e fredde serate invernali […]
Allora, c’era una volta un animaletto acquatico bianco e cieco simile a un serpentello che viveva in un corso d’acqua sotterraneo nei pressi di una sorgente. Ovviamente nel Carso. Gli abitanti del vicino villaggio se ne tenevano alla larga, ma un ragazzino che non aveva paura divenne il suo migliore amico. Giocavano e nuotavano insieme nella profonda grotta buia.
Dopo molti, molti anni arrivò nel villaggio una banda di briganti che minaccio di mettere tutto a ferro e fuoco. Il giovane ormai cresciuto istintivamente corse alla caverna e se ne tornò insieme al drago sbuffante che sputava fuoco dagli occhi incandescenti e che mise in fuga i cattivi.
Nel frattempo infatti, il piccolo animaletto bianco era diventato un drago, ma non aveva dimenticato il ragazzino di un tempo. E da allora il mostro fu riverito dagli abitanti e nessun bandito osò mai più avvicinarsi al villaggio con intenzioni cattive”

In troppi scherzavano sul fatto che si chiamava come il cieco animaletto incolore la cui specie da millenni popola i corsi d’acqua sotterranei del Carso. Lo conosceva solo dalle fotografie, anche se una volta un amico lo aveva invitato a fare un’escursione nel gigantesco abisso di Trebiciano, accessibile solo ai ricercatori. Dopo essere scesi per un’ora lungo le scale di ferro traballanti, avevano sì raggiunto il corso d’acqua sotterraneo del Timavo, ma l’unica cosa che avevano visto era stata una trota smarrita


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